Morbo di Parkinson: cos'è, sintomi, cause
In questo articolo parliamo del morbo di Parkinson: cos'è, i sintomi, le cause ed i trattamenti terapeutici. Se hai bisogno di ulteriori informazioni o vuoi dire la tua sulla patologia, ti invitiamo a scrivere un commento a fondo pagina.

Cos'è il morbo di Parkinson?
Tremore a riposo, rigidità muscolare, problemi di equilibrio e coordinazione, stati d'umore basso e ansia sono alcune delle manifestazioni più conosciute del morbo di Parkinson, una delle condizioni cerebrali degenerative più diffuse al mondo.
Si tratta di una condizione che colpisce in particolare in età adulta, nella quale avviene un deterioramento delle funzioni cerebrali, ma esistono anche casi di Parkinson giovanile.
I medici descrivono la malattia di Parkinson come una condizione a carico del sistema nervoso centrale, in particolare del sistema extrapiramidale, ossia una condizione che interessa quella parte del cervello umano in cui vengono regolati i movimenti volontari e involontari, i nervi del volto e la postura.
Per questo motivo, i sintomi del Parkinson sono collegati essenzialmente all'equilibrio, al controllo del movimento e dei muscoli, e alle sensazioni.
Il Parkinson è una condizione neurodegenerativa in cui è possibile osservare la degenerazione progressiva dei neuroni della substantia nigra (sostanza nera di Sommering), una delle strutture base da cui sono costituiti i nuclei cerebrali.
Le loro funzioni sono connesse alla coordinazione dei movimenti e al rispetto dei regolari schemi motori, questo perché si occupano della produzione di dopamina, la sostanza chimica che trasmette i messaggi relativi al movimento, alla postura e agli spostamenti.
La minore produzione di dopamina è ciò che implica il malfunzionamento di alcune parti del cervello, provocando i sintomi più tipici del Parkinson.
Oltre alla riduzione di dopamina nel cervello, gli scienziati hanno notato che le persone con il morbo di Parkinson presentano minori quantità di neuromelanina, e una maggiore degenerazione a livello cellulare.
Ad oggi, non si conoscono ancora le cause della malattia di Parkinson, ma sembra sia dovuta a fattori genetici e ambientali.
Nel corso della condizione, per la quale non esiste ancora una soluzione definitiva, si assiste a un lento e progressivo peggioramento dei sintomi, per i quali esistono diverse opzioni.
Chi colpisce il morbo di Parkinson?
Come abbiamo anticipato, la malattia di Parkinson è una delle condizioni cerebrali degenerative più diffuse al mondo tra gli ultrasessantenni - seconda solo al morbo di Alzheimer - mentre occupa la prima posizione tra le condizioni cerebrali legate ai movimenti. Al momento si stima che siano oltre sette milioni le persone con il Parkinson, ma si tratta solo di cifre approssimative perché non esistono dati certi in proposito.
L'insorgenza, in genere, è proprio intorno ai 60 anni e sembra che gli uomini abbiano una maggiore tendenza a sviluppare la condizione. Il rischio aumenta con l'età, passando da una percentuale dell'1% dei sessantenni al 4% degli ottantenni. Questo non significa che non possa manifestarsi in altri momenti della vita, ma la possibilità che accada è molto rara; sono solo tra il 5 e il 10% i casi al di sotto dei cinquant'anni.
Quali sono le cause del morbo di Parkinson?

Ancora oggi non si ha nessuna certezza su quali siano le cause del morbo di Parkinson, ma sembra che l'insorgenza della condizione sia dovuta a una combinazione di fattori genetici e fattori ambientali. A livello genetico, è molto frequente che chi convive con il Parkinson abbia altri casi in famiglia, a causa della presenza di geni predisposti alla condizione.
Per quanto riguarda i fattori di rischio ambientali, invece, sembra che le persone esposte in modo prolungato a tossine esogene (pesticidi, metalli) abbiano maggiori possibilità di sviluppare la condizione.
Anche lo stile di vita, l'ambiente di lavoro o il posto in cui si vive, possono incidere sulla comparsa del Parkinson, così come le abitudini alimentari. La condizione compare altresì in seguito a traumi a livello cranico.
Andiamo ad indagare più a fondo sulle cause della malattia di Parkinson.
Genetiche
Dalla ricerca genetica arrivano informazioni molto preziose sul ruolo dei geni nella comparsa del morbo di Parkinson e sulla sua familiarità. In particolare, sono oltre il 15% delle persone con Parkinson quelle che hanno un parente stretto con la stessa condizione. Tra il 5 e il 10% presenta una mutazione genetica specifica.
La mutazione genetica, di per sé, non provoca necessariamente la comparsa della condizione - circa l'1% della popolazione sana presenta questo gene - ma aumenta la probabilità che essa si manifesti. La predisposizione genetica e l'esposizione ai rischi ambientali incide sia sulle possibilità che insorga la condizione che sulla sua dinamica (comparsa, andamento e gravità dei sintomi).
Una delle mutazioni più frequenti nelle persone con Parkinson riguarda il gene GBA 1, che tende ad accelerare il processo della condizione. Le mutazioni interessano anche il gene SNCA, che ha un ruolo nella codifica dell'alfa-sinucleina, una proteina presente nei corpi di Lewy, gli accumuli di proteine presenti nelle cellule nervose delle persone con Parkinson.
Tra le mutazioni genetiche presenti nel Parkinson non familiare (cosiddetto sporadico), si sottolineano quelle che riguardano i geni LRRK2, SNCA e GBA.
Non genetiche
Oltre alla genetica, la comparsa del Parkinson può essere provocata sia dall'esposizione a sostanze chimiche e tossine che da incidenti che coinvolgono il cranio.
Ecco una lista delle cause non genetiche associabili alla malattia di Parkinson:
- esposizione a sostanze tossiche (manganese, disolfuro di carbonio);
- esposizione prolungata a pesticidi, sia per lavoro che per residenza;
- trauma cranico;
- assunzione di alcuni tipi di prodotti;
- presenza di acido urico nel sangue;
- infezioni;
- alterazioni del metabolismo.
Esistono poi numerosi disturbi degenerativi che possono avere caratteri simili al Parkinson o degenerare effettivamente nella condizione di Parkinson, come la Demenza con corpi di Lewy.
Fattori ambientali che possono aumentare il rischio di insorgenza della condizione
Considerando la sua natura idiopatica, ossia non riconducibile ad una causa specifica, il morbo di Parkinson può essere descritto come la conseguenza di una serie di concause, legate sia a componenti genetiche che a fattori ambientali, quali:
- pesticidi;
- sostanze tossiche;
- prodotti chimici;
- abitudini alimentari;
- stile di vita;
- ambiente in cui si vive;
- contesto lavorativo e professione.
L'alimentazione è uno degli elementi che incide di più sul benessere fisico, e anche nel Parkinson risulta essere un fattore di rischio. L'abuso di alimenti grassi aumenta il rischio di sviluppare la condizione, mentre frutta secca, legumi e bevande a base di caffeina preservano la vitalità delle cellule.
Senza nemmeno rendersene conto, sono moltissime le situazioni in cui si interagisce con sostanze tossiche, come pesticidi, concimi o metalli pesanti.
L'acqua e gli alimenti sono uno dei principali veicoli per insetticidi e fungicidi, che possono facilmente raggiungere la cute o essere ingeriti. Il rischio che si manifesti la condizione sale con l'esposizione ad alcuni tipi di metalli - alluminio, ferro, manganese, piombo e rame - con i quali si entra in contatto quasi quotidianamente.
I dati tra l'altro hanno dimostrato che il morbo di Parkinson si manifesta principalmente in persone che risiedono nelle località in cui è alto l'uso di pesticidi e diserbanti, o che lavorano in quelle zone.
Quali sono i sintomi del morbo di Parkinson?
Sebbene i sintomi più evidenti della condizione siano il tremore e la mancanza di controllo sui movimenti, il Parkinson sviluppa anche altri tipi di sintomi. Per cui possiamo distinguere:
- sintomi motori: in questa tipologia rientrano i sintomi che riguardano la cinesi, come la bradicinesia (ossia un rallentamento durante il movimento); il tremore a riposo delle mani, degli arti e della mascella; movimenti a scatto; rigidità muscolare; difficoltà a mantenere l'equilibrio.
- sintomi non motori: sembra che questi sintomi possano essere le prime avvisaglie della malattia di Parkinson e comprendono l'abbassamento della pressione quando ci si solleva, stati d'umore basso, la disfunzione degli organi genitali, l'incontinenza urinaria, i disturbi del sonno, la demenza.
Con la progressione della condizione, inoltre, la persona non riesce a gestire la muscolatura del volto, per cui perde il controllo sulla mimica del volto e la sua espressione risulta sempre inalterata. A causa della mancanza di controllo sui muscoli facciali, tende a perdere bava.
I parkinsoniani, così vengono chiamate le persone con Parkinson, riducono notevolmente i caratteri della scrittura.
Altri sintomi comuni sono la disfagia, dovuta alla difficoltà di controllare la muscolatura della gola, e la voce bassa.
La condizione ha un andamento progressivo e i primi sintomi, generalmente, vengono sottovalutati.
Quando vedere un medico?
Nelle fasi iniziali non è facile ricondurre le prime avvisaglie al morbo di Parkinson; in alcuni casi si impiegano anni prima che la condizione venga individuata.
I cambiamenti possono riguardare l'espressione del volto, aspetto che viene notato più facilmente dalle persone vicine. Il viso di chi ha il Parkinson, infatti, può risultare privo della sua mimica originale.
Diverse persone lamentano molti altri fastidi - come costipazione, anosmia, stanchezza agli arti inferiori - prima dei sintomi legati alla cinesi.
A livello fisico, si possono avvertire difficoltà e senso di debolezza quando ci si alza in piedi, oppure notare dei leggeri tremori. Durante la scrittura, la grafia tende ad essere molto piccola. I movimenti, in generale, iniziano ad essere più lenti e pacati e, nel tempo, si sviluppa la tipica andatura parkinsoniana: ossia i passi sono brevi, gli arti superiori rimangono quasi fermi, la schiena si rivolge in avanti e il movimento risulta difficoltoso sia in fase iniziale che in fase finale.
In alcuni casi la condizione non è bilaterale, ma colpisce prima un lato del corpo poi l'altro, senza che vi sia una perfetta corrispondenza dei sintomi su entrambi i lati.
In sintesi, è necessario chiedere un parere al proprio medico quando:
- gli arti tremano al riposo;
- senti di muoverti al rallentatore;
- hai i muscoli rigidi e doloranti;
- non riesci a mantenere l'equilibrio;
- le tue gambe non oscillano mentre cammini;
- il volto rimane inespressivo;
- il tono della voce risulta più cupo e lento;
- hai una grafia più piccola del normale.
Se hai alcuni di questi sintomi dovresti rivolgerti al tuo medico per un consulto.
Come viene individuato il morbo di Parkinson?
La malattia di Parkinson può essere individuata dal neurologo, attraverso esami neurologici e fisici e un'anamnesi accurata. Durante la visita, il medico prenderà in considerazione la tua storia clinica e si soffermerà sui diversi sintomi.
Tra gli esami strumentali per l'individuazione del morbo di Parkinson ci sono la tomografia computerizzata a emissione di fotone singolo (SPECT) chiamata scansione del trasportatore della dopamina (DAT), la risonanza magnetica, la PET e l'ecografia cerebrale, che comunque non risultano indispensabili per tutte le persone. In genere, infatti, si ricorre a questo tipo di esami solamente per escludere altre condizioni.
I sintomi iniziali del Parkinson possono essere confusi facilmente con quelli di altre condizioni, per cui esistono dei criteri ben precisi a cui i medici devono rifarsi. Secondo l'UK Queen Square Brain Bank for Neurological Disorders e il National Institute of Neurological Disorders and Stroke degli Stati Uniti, la persona con Parkinson, per essere definita tale, deve avere tremore a riposo, mancanza di equilibrio, bradicinesia e rigidità muscolare. Inoltre, prima di dare un responso, bisogna escludere qualsiasi altra condizione con una sintomatologia simile. Nell'insorgenza della condizione, va anche valutata la presenza di almeno tre dei sintomi caratteristici.
L'approccio farmacologico per il morbo di Parkinson
La malattia di Parkinson richiede sia prodotti specifici per la gestione dei sintomi motori (tremore a riposo, bradicinesia) che approcci per i sintomi correlati, come l'astenia, le psicosi, le disfunzioni della sfera sessuale, le difficoltà del sonno, la stitichezza, l'ansia e gli stati d'umore basso, la demenza.
Il prodotto utilizzato come approccio principale per le persone con Parkinson è la levodopa, una sostanza che stimola la produzione di dopamina nel cervello. A causa degli effetti indesiderati della levodopa, i medici prescrivono anche la carbidopa, un prodotto che ha la funzione di ridurre i disturbi gastrici, contenere il nervosismo ed evitare che la pressione si abbassi troppo dopo l'assunzione del componente attivo.
Sospendere l'uso della levodopa senza consultare il proprio medico curante è molto pericoloso. Tra i rischi ci sono l'interruzione dell'attività respiratoria e l'impossibilità di eseguire movimenti.
L'approccio farmacologico può includere anche altri prodotti per affrontare i sintomi del Parkinson, come gli agonisti della dopamina, gli inibitori enzimatici, i prodotti anticolinergici e l'amantadina.
Rimedi naturali per il morbo di Parkinson
Come abbiamo detto, il Parkinson è una condizione neurodegenerativa che, attualmente, non ha ancora una soluzione definitiva. Chi convive con il Parkinson può contare solo sul supporto ai sintomi che, pian piano, tendono comunque a peggiorare.
L'approccio farmacologico principale è quello con la levodopa che, a lungo andare, diminuisce i suoi effetti e provoca effetti indesiderati importanti. Anche nel corso del percorso, il prodotto comporta diversi rischi, per cui si rendono necessarie altre sostanze per contenere gli effetti avversi.
Va da sé che chi convive con il Parkinson, oltre ad attendere una soluzione definitiva, abbia la necessità di un approccio con un buon profilo di tollerabilità, che possa essere efficace e riesca non solo a supportare la sintomatologia, ma a contribuire alla vitalità dei neuroni.
Per salvaguardare l'organismo e mantenere sotto controllo i movimenti, l'equilibrio, i dolori, l'ansia e gli effetti indesiderati della levodopa, dal punto di vista scientifico si stanno studiando i possibili effetti della cannabis sulla malattia di Parkinson. La canapa (traduzione italiana della cannabis), infatti, è una pianta appartenente alla famiglia delle cannabacee, con possibili proprietà benefiche per l'essere umano, ma con un profilo di tollerabilità migliore rispetto ai prodotti farmacologici.
Per quale motivo la cannabis potrebbe essere di supporto per chi convive con il Parkinson? La risposta arriva dalle ricerche scientifiche e dalla conoscenza del sistema endocannabinoide.
CBD e Morbo di Parkinson
Per comprendere la connessione tra la cannabis e il morbo di Parkinson, è necessario capire cos'è il cannabidiolo (CBD) e come interagisce con l'organismo.
La cannabis sativa è uno dei rimedi naturali più antichi al mondo, utilizzata da sempre in relazione ai sintomi a carico del sistema nervoso centrale.
La pianta è ricchissima di fitocannabinoidi - tra cui THC, CBD, CBG e CBN - sostanze con possibili proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. I fitocannabinoidi agiscono sull'organismo attraverso il sistema endocannabinoide, una fitta rete di recettori che si trova all'interno del corpo umano. Una parte importantissima del sistema endocannabinoide è espressa nel cervello, da dove hanno origine i disturbi legati al Parkinson.
Per questo motivo, diversi scienziati hanno deciso di dedicare le proprie ricerche alla relazione tra CBD e cervello.
Quest'ultimo è uno dei cannabinoidi più presenti nella pianta di cannabis.
Nel caso di condizioni neurodegenerative come il morbo di Parkinson o l'Alzheimer, il CBD sembra poter contribuire a ridurre lo stress ossidativo delle cellule e mostra possibili proprietà protettive per le cellule nervose. Inoltre, è oggetto di studio come possibile supporto per l'attività motoria e per ridurre la discinesia provocata dalla levodopa.
L'olio di CBD, oltretutto, è studiato per il suo possibile ruolo nel supporto all'ansia, agli sbalzi d'umore e agli stati d'umore basso, alcuni dei sintomi non motori del Parkinson.
Sempre il CBD è al centro della ricerca scientifica per disturbi del neurosviluppo come la sindrome di Tourette.
Cosa dicono gli studi rispetto al CBD e al morbo di Parkinson?
L'interesse della ricerca scientifica sulle proprietà del cannabidiolo, in particolare in relazione al Parkinson, è piuttosto recente ed è stato stimolato dall'interesse per il componente attivo in altre condizioni neurodegenerative come il morbo di Alzheimer o la malattia di Huntington.
Da una revisione del 2020 sulle basi biologiche per un possibile effetto del cannabidiolo nella malattia di Parkinson [1], è stata sottolineata la necessità di approfondire le ricerche sulla cannabis come possibile approccio complementare al Parkinson.
La stessa conclusione è stata tratta da una revisione pubblicata nel 2020 [2], che ha analizzato le prove della possibile funzione protettiva per le cellule nervose del cannabidiolo nella malattia di Parkinson. In particolare, la ricerca si è concentrata sugli effetti del CBD e sul funzionamento del sistema endocannabinoide, poiché quest'ultimo è coinvolto nella regolazione dei movimenti. Una delle conclusioni a cui ha portato la revisione è stata che la cannabis legale sembra contribuire alla produzione di dopamina nel cervello, di cui le persone con Parkinson sono carenti:
"Sebbene la neuroprotezione indotta dal CBD osservata nei modelli animali di PD sia stata attribuita all'attivazione del recettore CB1, recenti ricerche condotte a livello molecolare hanno proposto che il CBD sia in grado di attivare altri recettori, come il CB2 e il recettore TRPV1, entrambi espressi nei neuroni dopaminergici,"
oltre ad avere possibili effetti compensatori sia sul sistema endocannabinoide che un possibile ruolo come modulatore e protettore delle cellule nervose.
Un'ulteriore revisione, sempre risalente al 2020 [3], ha concluso che il THC e il CBD possono interagire con i recettori del sistema endocannabinoide, riducendo i processi infiammatori nel sistema nervoso nei modelli studiati per l'Alzheimer e mostrando possibili effetti protettivi per i neuroni in relazione al Parkinson.
Una revisione dello stesso anno [4] ha analizzato gli studi sul cannabidiolo e sui composti cannabinoidi per contribuire a ridurre la discinesia indotta da levodopa, uno degli effetti indesiderati dell'approccio farmacologico per la malattia di Parkinson. Le evidenze sui sintomi motori restano eterogenee, come confermato anche dagli studi clinici successivi.
Sul fronte degli studi clinici più recenti, il panorama si è arricchito di contributi rilevanti. Un trial randomizzato controllato in doppio cieco pubblicato nel 2025 [5] ha valutato 12 settimane di integrazione con 26 mg/die di CBD sublinguale su 60 persone con Parkinson. Il CBD si è mostrato sicuro e privo di effetti indesiderati significativi su sintomi motori, cognitivi e sull'umore, con un miglioramento osservato nei punteggi di denominazione rispetto al placebo.
Un ulteriore studio clinico randomizzato pubblicato nel 2025 [6] ha coinvolto 96 persone con Parkinson in un percorso di 8 settimane, valutando il CBD a 300 mg/die in aggiunta alla levodopa. Il gruppo che assumeva CBD ha mostrato un miglioramento significativamente maggiore nei punteggi della scala standard di valutazione della gravità della condizione rispetto al gruppo che assumeva solo levodopa, suggerendo un possibile effetto complementare.
Uno studio randomizzato pubblicato nel 2024 [7] ha invece valutato a breve termine la combinazione CBD+THC in persone con Parkinson, con risultati eterogenei: miglioramenti in alcuni partecipanti, ma nessun beneficio statisticamente significativo sui sintomi motori rispetto al placebo.
Il quadro complessivo che emerge dalla letteratura più recente è coerente con le revisioni precedenti: il CBD presenta un buon profilo di tollerabilità, con i segnali più incoraggianti sui sintomi non motori — sonno, ansia, qualità della vita — e risultati ancora eterogenei sui sintomi motori. La ricerca clinica è in piena espansione, con diversi studi randomizzati attualmente in corso in Europa e negli Stati Uniti.
Come si può ridurre il rischio del morbo di Parkinson?
Purtroppo, attualmente, non esiste una soluzione definitiva per il morbo di Parkinson né linee guida da seguire per prevenire il disturbo. Mantenersi in forma, facendo attività fisica regolare, risulta essere una delle indicazioni principali.
La caffeina svolge una possibile attività protettiva per le cellule nervose e sembra che il consumo (non l'abuso) di caffè possa far diminuire le possibilità di ammalarsi di Parkinson.
Esistono molti studi sulla validità di altre sostanze - come le vitamine C ed E, e gli acidi grassi - nella prevenzione del Parkinson, ma risultano tuttora incerti i risultati.
A quanto pare, invece, alcune famiglie di prodotti, come gli antinfiammatori non steroidei (FANS) e i calcio-antagonisti, avrebbero una possibile funzione protettiva. Dunque, l'aspirina potrebbe avere un possibile effetto positivo contro lo sviluppo della condizione. Alcuni studi, inoltre, hanno individuato una correlazione tra la comparsa del Parkinson e l'uso di ibuprofene.
Esistono complicazioni legate al morbo di Parkinson?
In genere, il rischio di complicazioni legate al morbo di Parkinson deriva dai prodotti utilizzati nell'approccio. La levodopa, infatti, nonostante contribuisca notevolmente al benessere di chi convive con il Parkinson, può dare effetti indesiderati, quali:
- pressione bassa quando ci si alza in piedi;
- nausea;
- vomito.
Per questo motivo, accanto alla levodopa, i medici associano altri prodotti, in modo che gli effetti indesiderati risultino più lievi. Il meccanismo su cui si basa l'azione di questi prodotti tende a bloccare il metabolismo del componente attivo prima che raggiunga il cervello.
Dopo anni di approccio a base di levodopa, il prodotto riduce la propria efficacia, rendendo necessario un aumento della quantità. Di conseguenza, però, aumentano anche i possibili effetti indesiderati.
Le conseguenze negative del Parkinson dipendono non solo dall'approccio scelto, ma anche dalle condizioni di salute della persona e dalla gravità dei sintomi.
C'è un intervento chirurgico per il morbo di Parkinson?

Prima dell'utilizzo della levodopa, nel morbo di Parkinson si faceva ricorso frequentemente alla chirurgia. Tuttavia, nel corso degli anni, gli interventi si erano ridotti di molto e, solo attualmente, si è ricominciato ad intervenire chirurgicamente in alcuni casi.
L'approccio chirurgico per il Parkinson viene preso in considerazione quando non si riesce ad apportare un miglioramento significativo attraverso i prodotti farmacologici, oppure nei casi di scarsa tollerabilità dei prodotti.
Le moderne tecniche chirurgiche permettono di intervenire su aree del cervello estremamente delicate come il talamo, il nucleo subtalamico e il globo pallido.
Essenzialmente esistono due tipologie di interventi chirurgici: la stimolazione cerebrale lesionale e profonda e tecniche in cui si provocano lesioni con l'intenzione di ridurre l'attività eccessiva delle aree sottocorticali.
La stimolazione cerebrale lesionale e profonda è la tecnica chirurgica più utilizzata, durante la quale si inseriscono degli elettrodi nel cervello, collegati a un neurostimolatore impiantato nel torace, in grado di mandare impulsi elettrici al cervello. Questo tipo di intervento non è consigliato per le persone con condizioni di tipo neuropsichiatrico.
Tra gli altri tipi di intervento, possiamo annoverare la pallidotomia, una tecnica chirurgica che permette un maggior controllo sulla discinesia.
Qual è la qualità della vita?
Inizialmente, i sintomi del Parkinson possono essere quasi impercettibili, tanto da garantire una qualità di vita quasi normale.
L'approccio, quindi, non è immediatamente legato all'uso di levodopa, ma i medici possono cercare alternative valide per il contenimento dei sintomi, come gli inibitori MAO-B e gli agonisti della dopamina.
I rimedi alternativi possono essere molto utili per ritardare il ricorso alla levodopa, in modo che si possa successivamente trarne maggiori benefici. Dunque, nella prima fase si attua una specie di rodaggio, in cui si sistema l'approccio in relazione ai sintomi.
Pian piano, tuttavia, chi convive con il Parkinson inizia ad avvertire una difficoltà crescente a svolgere le normali attività quotidiane, cosa che può generare disagio emotivo e stati d'umore basso. Nel tempo, il lavoro e la gestione delle attività domestiche cominciano a risultare attività stressanti e difficoltose. La vita sociale inizia a ridursi e diminuisce il desiderio di trascorrere tempo in situazioni impegnative.
Come progredisce il morbo di Parkinson negli anni?
La malattia di Parkinson evolve nel tempo, ma ha una progressione piuttosto lenta. In genere, la gravità della condizione viene valutata attraverso la scala di valutazione della malattia di Parkinson unificata (UPDRS) o con la scala Hoehn e Yahr. Questo secondo metodo è ampiamente utilizzato e definisce cinque fasi della malattia di Parkinson:
- sintomi non motori e condizione unilaterale;
- condizione bilaterale senza coinvolgimento dell'equilibrio;
- sintomi da leggeri a moderati con mancanza di equilibrio;
- condizione conclamata, in cui la persona riesce a muoversi autonomamente;
- la persona perde la facoltà di muoversi in autonomia e si alletta o si sposta con supporti.
Nella fase iniziale si possono avvertire stati d'umore basso, ansia, costipazione, incontinenza e affaticamento. Inoltre, potrebbero manifestarsi i primi sintomi motori da un solo lato del corpo. Se i sintomi non vengono affrontati immediatamente, si rischia di perdere la deambulazione nel giro di un decennio, mentre con un approccio adeguato la progressione può avvenire più lentamente. Nelle fasi successive, oltre alla condizione, è necessario gestire gli effetti indesiderati dei prodotti.
Nel tempo, i prodotti iniziano a perdere efficacia nei confronti di alcuni sintomi, provocando ritardi della parola, difficoltà di deglutizione e perdita di equilibrio. Dopo circa cinque anni di approccio a base di levodopa, possono manifestarsi effetti indesiderati come discinesie, difficoltà del sonno e declino cognitivo.
Le persone con Parkinson hanno un'aspettativa di vita del 50% rispetto agli individui che non presentano la condizione.
Epidemiologia del morbo di Parkinson
Ecco alcuni dati interessanti sulla malattia di Parkinson:
- dopo il morbo di Alzheimer è il secondo disturbo neurodegenerativo più diffuso;
- sono sette milioni i casi di Parkinson al mondo;
- gli anziani sono la popolazione più colpita;
- in genere, la condizione si presenta intorno ai 60 anni;
- la popolazione femminile risulta meno colpita rispetto a quella maschile;
- ogni anno ci sono tra gli 8 e i 18 nuovi casi ogni 100mila persone.
Considerando i dati, gli esperti stimano un forte aumento delle persone con Parkinson, che dovrebbero raggiungere i 14 milioni entro il 2040.
Un po' di storia del morbo di Parkinson
Descritto già in molte fonti del mondo antico, il morbo di Parkinson deve il suo nome al medico inglese James Parkinson che dedicò un vero e proprio saggio alla condizione, Un saggio sulla paralisi tremante. Sebbene il libro risalga agli anni venti dell'800, le prime testimonianze sono state rintracciate sui papiri egizi, nella medicina ayurvedica e nella sacra Bibbia. Anche Galeno, il medico più famoso dell'antichità, aveva raccontato episodi simili alla malattia di Parkinson.
L'interesse per il Parkinson riprese proprio tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, a cui risalgono diversi scritti sulla condizione. Con il saggio di Parkinson, però, si ebbe l'opportunità di conoscere in modo più approfondito la condizione, poiché il medico descrisse minuziosamente alcuni dei sintomi, quali il tremore, la postura, i movimenti anomali, la progressione e la mancanza di forza muscolare.
Tra l'Ottocento e il Novecento, la ricerca fu arricchita dagli scritti di celebri neurologi, come Trousseau, Gowers, Kinnier Wilson, Erb e Jean-Martin Charcot.
Dei progressi fondamentali nella ricerca sono attribuiti a Frederic Lewy, che descrisse i cosiddetti corpi di Lewy, mentre negli anni Venti si scoprì che il bersaglio principale della condizione era la substantia nigra.
Uno step fondamentale riguarda la sintesi della levodopa nel 1911 che, però, è stata utilizzata in ambito clinico solo nel 1967.
Casi famosi sul morbo di Parkinson

Al morbo di Parkinson sono legati i nomi di diversi personaggi famosi, tra cui quelli dell'attore Michael J. Fox, del ciclista Davis Phinney, del pugile Muhammad Ali e dell'attore Robin Williams.
Ognuno di essi ha intrecciato la propria vita con il Parkinson, aumentando l'interesse delle persone comuni verso questa condizione.
Michael J. Fox, celebrità nota soprattutto per il ruolo nel film Ritorno al futuro, da anni spende la sua vita per cercare una soluzione per il Parkinson: a questo scopo ha fondato la Michael J. Fox Foundation, e ha interpretato diverse parti per mostrare com'è la vita per chi convive con il Parkinson.
Davis Phinney è un ciclista professionista con una forma di Parkinson giovanile, arrivata intorno ai 40 anni. Anche lui nel 2004 ha fondato una sua associazione dedicata alla ricerca, la Davis Phinney Foundation.
La persona con Parkinson più nota al mondo è il pugile Muhammad Ali che ha ricevuto la sua valutazione a 42 anni, dopo che per quattro anni i suoi sintomi non erano stati compresi.
Sembra che anche il famoso attore Robin Williams, prima di morire, abbia ricevuto una valutazione relativa al morbo di Parkinson.
A che punto è la ricerca?
Evidentemente la ricerca è solamente in una fase iniziale, in cui si stanno sperimentando rimedi alternativi alla levodopa, per ridurre la quantità e la gravità degli effetti indesiderati.
Gli approcci che stanno testando gli scienziati sono interessanti e partono da aspetti differenti che caratterizzano la condizione, ovvero le terapie geniche e approcci mirati ai geni, la rigenerazione di nuovi neuroni tramite l'uso di cellule staminali e approcci indirizzati proprio alla riparazione dei neuroni danneggiati dalla condizione.
Ogni nuovo approccio dà moltissime speranze a chi convive con il Parkinson, che non si trova solo a dover affrontare una condizione limitante, quanto anche a dover gestire gli effetti indesiderati dei prodotti.
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Fonti e riferimenti scientifici
[1] Ferreira-Junior, N. C., Campos, A. C., Guimarães, F. S., Del-Bel, E., Zimmermann, P. M. D. R., Brum Junior, L., Hallak, J. E., Crippa, J. A., & Zuardi, A. W. (2020). Biological bases for a possible effect of cannabidiol in Parkinson's disease. Revista brasileira de psiquiatria (Sao Paulo, Brazil : 1999), 42(2), 218–224.
[2] Patricio, F., Morales-Andrade, A. A., Patricio-Martínez, A., & Limón, I. D. (2020). Cannabidiol as a Therapeutic Target: Evidence of its Neuroprotective and Neuromodulatory Function in Parkinson's Disease. Frontiers in pharmacology, 11, 595635.
[3] Cooray, R., Gupta, V., & Suphioglu, C. (2020). Current Aspects of the Endocannabinoid System and Targeted THC and CBD Phytocannabinoids as Potential Therapeutics for Parkinson's and Alzheimer's Diseases: a Review. Molecular neurobiology, 57(11), 4878–4890.
[4] Junior, N. C. F., Dos-Santos-Pereira, M., Guimarães, F. S., & Del Bel, E. (2020). Cannabidiol and Cannabinoid Compounds as Potential Strategies for Treating Parkinson's Disease and L-DOPA-Induced Dyskinesia. Neurotoxicity research, 37(1), 12–29.
[5] Mitarnun, W., Kanjanarangsichai, A., Junlaor, P., Kongngern, L., Mitarnun, W., Pangwong, W., & Nonghan, P. (2025). Cannabidiol and cognitive functions/inflammatory markers in Parkinson's disease: A double-blind randomized controlled trial at Buriram Hospital (CBD-PD-BRH trial). Parkinsonism & Related Disorders, 135, 107841.
[6] Zia, A., Rehman, A., & Khan, M. (2025). Investigating the synergistic and modulatory effects of cannabidiol with levodopa and dietary protein in Parkinson's disease. Italian Journal of Food Science, 37(3).
[7] Liu, Y., Bainbridge, J., Sillau, S., Rajkovic, S., Adkins, M., Domen, C. H., Thompson, J. A., Seawalt, T., Klawitter, J., Sempio, C., Chin, G., Forman, L., Fullard, M., Hawkins, T., Seeberger, L., Newman, H., Vu, D., & Leehey, M. A. (2024). Short-term cannabidiol with Δ-9-tetrahydrocannabinol in Parkinson's disease: A randomized trial. Movement Disorders, 39(5), 863–875.

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