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Cos’è il morbo di Parkinson?

Tremore a riposo, rigidità muscolare, problemi di equilibrio e coordinazione, depressione e ansia sono alcune delle manifestazioni più conosciute del morbo di Parkinson, una delle malattie cerebrali degenerative più diffuse al mondo.

Si tratta di una condizione che colpisce in particolare in età adulta, nella quale avviene un deterioramento delle funzioni cerebrali, ma esistono anche casi di Parkinson giovanile.

I medici descrivono la malattia di Parkinson come una sindrome a carico del sistema nervoso centrale, in particolare del sistema extrapiramidale, ossia una malattia che interessa quella parte del cervello umano in cui vengono regolati i movimenti volontari e involontari, i nervi del volto e la postura.

Per questo motivo, i sintomi del Parkinson sono collegati essenzialmente all'equilibrio, al controllo del movimento e dei muscoli, e alle sensazioni.

Il Parkinson è una patologia neurodegenerativa in cui è possibile osservare la degenerazione progressiva dei neuroni della substantia nigra (sostanza nera di Sommering), una delle strutture base da cui sono costituiti i nuclei cerebrali.

Le loro funzioni sono connesse alla coordinazione dei movimenti e al rispetto dei regolari schemi motori, questo perché si occupano della produzione di dopamina, la sostanza chimica che trasmette i messaggi relativi al movimento, alla postura e agli spostamenti.

La minore produzione di dopamina è ciò che implica il malfunzionamento di alcune parti del cervello, provocando i sintomi più tipici del Parkinson.

Oltre alla riduzione di dopamina nel cervello, gli scienziati hanno notato che le persone affette dalla malattia di Parkinson presentano meno quantità di neuromelanina, e una maggiore degenerazione a livello cellulare.

Ad oggi, non si conoscono ancora le cause della malattia di Parkinson, ma sembra sia dovuta a fattori genetici e ambientali.

Durante la malattia, per la quale non esiste ancora una cura, si assiste ad un lento e progressivo peggioramento dei sintomi, per i quali esistono diverse opzioni terapeutiche.

Chi colpisce il morbo di Parkinson?

Come abbiamo anticipato, la malattia di Parkinson è una delle malattie cerebrali degenerative più diffuse al mondo tra gli ultrasessantenni - seconda solo al morbo di Alzheimer - mentre occupa, addirittura, la prima posizione tra le patologie cerebrali legate ai movimenti. Al momento si stima che siano oltre sette milioni le persone affette dal Parkinson, ma si stratta solo di cifre approssimative perché non esistono dati certi in proposito.

L’insorgenza, in genere, è proprio intorno ai  60 anni e sembra che gli uomini abbiano una maggiore tendenza a sviluppare la malattia. Il rischio aumenta con l’età, passando da una percentuale dell’1% dei sessantenni al 4% degli ottantenni. Questo non significa che non possa manifestarsi in altri momenti della vita, ma la possibilità che accada è molto rara; sono solo tra il 5 e il 10% i casi al di sotto dei cinquant’anni.

Quali sono le cause del morbo di Parkinson?

Morbo di Parkinson medico

Ancora oggi non si ha nessuna certezza su quali siano le cause del morbo di Parkinson, ma sembra che l’insorgenza della malattia sia dovuta a una combinazione di fattori genetici e fattori ambientali. A livello genetico, è molto frequente che i malati di Parkinson abbiano altri casi in famiglia, a causa della presenza di geni predisposti alla malattia.

Per quanto riguarda i fattori di rischio ambientali, invece, sembra che le persone esposte in modo prolungato a tossine esogene (pesticidi, metalli) abbiano maggiori possibilità di sviluppare la patologia. 

Anche lo stile di vita, l’ambiente di lavoro o il posto in cui si vive, possono incidere sulla comparsa del Parkinson, così come le abitudini alimentari. La malattia compare altresì in seguito a traumi a livello cranico.

Andiamo ad indagare più a fondo sulle cause della malattia di Parkinson.

Genetiche

Dalla ricerca genetica arrivano informazioni molto preziose sul ruolo dei geni nella comparsa del morbo di Parkinson e sulla sua familiarità. In particolare, sono oltre il 15% dei pazienti quelli che hanno un parente stretto con la stessa malattia. Mentre, tra il 5 e il 10% dei malati presenta una mutazione genetica specifica.

La mutazione genetica, di per sé, non provoca necessariamente la comparsa della malattia - circa l’1% della popolazione sana presenta questo gene - ma aumenta la probabilità che essa si manifesti. La predisposizione genetica e l’esposizione ai rischi ambientali incide sia sulle possibilità che insorga la malattia che sulla sua dinamica (comparsa, andamento e gravità dei sintomi).

Una delle mutazioni più frequenti nei soggetti affetti dal Parkinson riguarda il gene GBA 1, che tende ad accelerare il processo della malattia. Le mutazioni interessano anche il gene SNCA, che ha un ruolo nella codifica dell'alfa-sinucleina, una proteina presente nei corpi di Lewy, gli accumuli di proteine presenti nelle cellule nervose dei malati di Parkinson.

Tra le mutazioni genetiche presenti nei malati di Parkinson non familiare (cosiddetto sporadico), si sottolineano quelle che riguardano i geni LRRK2, SNCA e GBA.

Non genetiche

Oltre alla genetica, la comparsa del Parkinson può essere provocata sia dall’esposizione a sostanze chimiche e tossine che da incidenti che coinvolgono il cranio.

Ecco una lista delle cause non genetiche associabili alla malattia di Parkinson:

  • esposizione a sostanze tossiche (manganese, disolfuro di carbonio);
  • esposizione prolungata a pesticidi, sia per lavoro che per residenza;
  • trauma cranico;
  • assunzione di alcuni tipi di farmaci;
  • presenza di acido urico nel sangue;
  • infezioni;
  • alterazioni del metabolismo.

Esistono poi numerosi disturbi degenerativi che possono avere caratteri simili al Parkinson o degenerare effettivamente nella malattia di Parkinson, come la Demenza con corpi di Lewy.

Fattori ambientali che possono aumentare il rischio di insorgenza della malattia

Considerando la sua natura idiopatica, ossia non riconducibile ad una causa specifica, il morbo di Parkinson può essere descritto come la conseguenza di una serie di concause, legate sia a componenti genetiche che a fattori ambientali, quali:

  • pesticidi;
  • sostanze tossiche;
  • prodotti chimici;
  • abitudini alimentari;
  • stile di vita;
  • ambiente in cui si vive;
  • contesto lavorativo e professione.

L’alimentazione è uno degli elementi che incide di più sul benessere fisico, e anche nel Parkinson risulta essere un fattore di rischio. L’abuso di alimenti grassi aumenta il rischio di sviluppare la patologia, mentre frutta secca, legumi e bevande a base di caffeina preservano la vitalità delle cellule.

Senza nemmeno rendersene conto, sono moltissime le situazioni in cui si interagisce con sostanze tossiche, come pesticidi, concimi o metalli pesanti.

L’acqua e gli alimenti sono uno dei principali veicoli per insetticidi e fungicidi, che possono facilmente raggiungere la cute o essere ingeriti. Il rischio che si manifesti la malattia sale con l'esposizione ad alcuni tipi di metalli - alluminio, ferro, manganese, piombo e rame - con i quali si entra in contatto quasi quotidianamente.

I dati tra l’altro hanno dimostrato che il morbo di Parkinson si manifesta principalmente in persone che risiedono nelle località in cui è alto l’uso di pesticidi e diserbanti, o che lavorano in quelle zone.

Quali sono i sintomi del morbo di Parkinson?

Sebbene i sintomi più evidenti della malattia siano il tremore e la mancanza di controllo sui movimenti, il Parkinson sviluppa anche altri tipi di sintomi. Per cui possiamo distinguere:

  • sintomi motori: in questa tipologia rientrano i sintomi che riguardano la cinesi, come la bradicinesia (ossia un rallentamento durante il movimento); il tremore a riposo delle mani, degli arti e della mascella; movimenti a scatto; rigidità muscolare; difficoltà a mantenere l’equilibrio.
  • sintomi non motori: sembra che i sintomi motori possano essere le prime avvisaglie della malattia di Parkinson e comprendono l'abbassamento della pressione quando ci si solleva, la depressione, la disfunzione degli organi genitali, l’incontinenza urinaria, i disturbi del sonno, la demenza.

Con la progressione della malattia, inoltre, il malato non riesce a gestire la muscolatura del volto, per cui perde il controllo sulla mimica del volto e la sua espressione risulta sempre inalterata. A causa della mancanza di controllo sui muscoli facciali, il paziente tende a perdere bava.

I parkinsoniani, così vengono chiamati i malati di Parkinson, riducono notevolmente i caratteri della scrittura.

Altri sintomi comuni sono la disfagia, dovuta alla difficoltà di controllare la muscolatura della gola, e la voce bassa.

La malattia ha un andamento progressivo e i primi sintomi, generalmente, vengono sottovalutati.

Quando vedere un medico?

Nelle fasi iniziali non è facile ricondurre le prime avvisaglie al morbo di Parkinson; in alcuni casi si impiegano anni prima che la malattia venga diagnosticata.

I cambiamenti possono riguardare l’espressione del volto, aspetto che viene notato più facilmente dalle persone vicine. Il viso dei malati, infatti, può risultare privo della sua mimica originale.

Diversi pazienti lamentano molti altri fastidi - come costipazione, anosmia, stanchezza agli arti inferiori - prima dei sintomi legati alla cinesi.

A livello fisico, si possono avvertire difficoltà e senso di debolezza quando ci si alza in piedi, oppure notare dei leggeri tremori. Durante la scrittura, la grafia tende ad essere molto piccola. I movimenti, in generale, iniziano ad essere più lenti e pacati e, nel tempo, si sviluppa la tipica andatura parkinsoniana: ossia i passi sono brevi, gli arti superiori rimangono quasi fermi, la schiena si rivolge in avanti e il movimento risulta difficoltoso sia in fase iniziale che in fase finale.

In alcuni casi la malattia non è bilaterale, ma colpisce prima un lato del corpo poi l’altro, senza che vi sia una perfetta corrispondenza dei sintomi su entrambi i lati.

In sintesi, è necessario chiedere un parere al proprio medico quando:

  • gli arti tremano al riposo;
  • senti di muoverti al rallentatore;
  • hai i muscoli rigidi e doloranti;
  • non riesci a mantenere l’equilibrio;
  • le tue gambe non oscillano mentre cammini;
  • il volto rimane inespressivo;
  • il tono della voce risulta più cupo e lento;
  • hai una grafia più piccola del normale.

Se hai alcuni di questi sintomi dovresti rivolgerti al tuo medico per un consulto.

Come viene diagnosticato il morbo di Parkinson?

La malattia di Parkinson può essere diagnosticata dal neurologo, attraverso esami neurologici e fisici e un’anamnesi accurata. Durante la visita, il medico prenderà in considerazione la tua storia clinica e si soffermerà sui diversi sintomi.

Tra gli esami strumentali per la diagnosi del morbo di Parkinson ci sono la tomografia computerizzata a emissione di fotone singolo (SPECT) chiamata scansione del trasportatore della dopamina (DAT), la risonanza magnetica, la PET e l'ecografia cerebrale che comunque non risultano indispensabili per tutti i pazienti. In genere, infatti, si ricorre a questo tipo di esami solamente per escludere altre patologie.

I sintomi iniziali del Parkinson possono essere confusi facilmente con quelli di altre patologie, per cui esistono dei criteri diagnostici ben precisi a cui i medici devono rifarsi. Secondo l’UK Queen Square Brain Bank for Neurological Disorders e il National Institute of Neurological Disorders and Stroke degli Stati Uniti, il parkinsoniano, per essere definito tale, deve avere tremore a riposo, mancanza di equilibrio, bradicinesia e rigidità muscolare. Inoltre, prima di dare un responso, bisogna escludere qualsiasi altra patologia con una sintomatologia simile. Nell’insorgenza della malattia, va anche valutata la presenza di almeno tre dei sintomi caratteristici. 

La terapia farmacologica per il morbo di Parkinson

La malattia di Parkinson richiede sia farmaci specifici per la gestione dei sintomi motori (tremore a riposo, bradicinesia) che rimedi per i sintomi correlati, come l’astenia, le psicosi, le disfunzioni della sfera sessuale, l’insonnia, la stitichezza, l’ansia e la depressione, la demenza.

Il farmaco utilizzato come trattamento d’elezione per i malati di Parkinson è la levodopa, una sostanza che stimola la produzione dopamina nel cervello. A causa degli effetti collaterali della levodopa, i medici prescrivono anche la carbidopa, un farmaco che ha la funzione di ridurre i disturbi gastrici, contenere il nervosismo ed evitare che la pressione si abbassi troppo dopo l’assunzione del principio attivo.

Sospendere la terapia a base di levodopa senza consultare il proprio medico curante è molto pericoloso. Tra i rischi ci sono l’interruzione dell’attività respiratoria e l’impossibilità di eseguire movimenti.

La terapia farmacologica può includere anche altri medicinali per trattare i sintomi del Parkinson, come gli agonisti della dopamina, gli inibitori enzimatici, i farmaci anticolinergici e l’amantadina.

Rimedi naturali per il morbo di Parkinson

Come abbiamo detto, il Parkinson è una malattia neurodegenerativa che, attualmente, non ha ancora una cura specifica. I malati possono contare solo sul trattamento dei sintomi che, pian piano, tendono comunque a peggiorare.

Il trattamento farmacologico principale è quello con la levodopa che, a lungo andare, diminuisce i suoi effetti e provoca effetti collaterali importanti. Anche nel corso della terapia, il medicinale comporta diversi rischi, per cui si rendono necessarie altre sostanze per contenere gli effetti avversi indotti dalla terapia.

Va da sé che i malati di Parkinson, oltre ad attendere una cura definitiva, abbiano la necessità di una terapia priva di effetti collaterali, che possa essere efficace e riesca non solo a inibire la sintomatologia, ma ad evitare la perdita di funzionalità dei neuroni.

Per salvaguardare l’organismo e mantenere sotto controllo i movimenti, l’equilibrio, i dolori, l’ansia e gli effetti collaterali della levodopa, dal punto di vista scientifico si stanno studiando i possibili effetti della cannabis sulla malattia di Parkinson. La canapa (traduzione italiana della cannabis), infatti, è una pianta appartenente alla famiglia delle cannabacee, con potenti proprietà benefiche per l’essere umano, ma priva dei rischi derivati dall’uso di farmaci e sostanze chimiche.

Per quale motivo la cannabis potrebbe essere di supporto per i malati Parkinson? La risposta arriva dalle ricerche scientifiche e dalla conoscenza del sistema endocannabinoide.

CBD e Morbo di Parkinson

Per comprendere la connessione tra la cannabis e il morbo di Parkinson, è necessario capire cos’è il CBD e come interagisce con l’organismo.

La cannabis sativa è uno dei rimedi naturali più antichi al mondo, utilizzata da sempre per trattare i sintomi a carico del sistema nervoso centrale. La pianta è ricchissima di fitocannabinoidi - tra cui THC, CBD, CBG e CBN - sostanze dagli effetti antinfiammatori e antiossidanti. I fitocannabinoidi agiscono sull’organismo attraverso il sistema endocannabinoide, una fitta rete di recettori che si trova all’interno del corpo umano. Una parte importantissima del sistema endocannabinoide è espressa nel cervello, da dove hanno origine i disturbi legati al Parkinson. Per questo motivo, diversi scienziati hanno deciso di dedicare le proprie ricerche alla relazione tra CBD e morbo di Parkinson.

Quest’ultimo è uno dei cannabinoidi più presenti nella pianta di cannabis e le proprietà terapeutiche del CBD sono significative per le malattie neurodegenerative come il Parkinson: è in grado di ridurre lo stress ossidativo delle cellule e contribuisce alla neuroprotezione, protegge il cervello da sostanze esterne e influisce sulla vitalità delle cellule. Inoltre, si tratta di un valido rimedio naturale per migliorare l’attività motoria e ridurre la discinesia provocata dalla levodopa.

L’olio di CBD, oltretutto, riesce a contenere l’ansia, gli sbalzi d’umore e la depressione, alcuni dei sintomi non motori del Parkinson.  

Cosa dicono gli studi rispetto all’efficacia del CBD sul morbo di Parkinson?

L’interesse della ricerca scientifica sugli effetti terapeutici del cannabidiolo sul Parkinson è piuttosto recente ed è stato stimolato dall’efficacia del principio attivo su altre malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer o la malattia di Huntington.

Da una revisione del 2020 sulle basi biologiche per un possibile effetto del cannabidiolo nella malattia di Parkinson, è stata sottolineata la necessità di approfondire le ricerche sulla cannabis come approccio terapeutico al Parkinson.

La stessa conclusione è stata tratta da una revisione pubblicata nel 2020, che ha analizzato le prove della funzione neuroprotettiva e neuromodulatoria del cannabidiolo nella malattia di Parkinson. In particolare, la ricerca si è concentrata sugli effetti del CBD e sul funzionamento del sistema endocannabinoide, poiché quest’ultimo è coinvolto nella neuromodulazione dei gangli di base relativa alla cinesi. Una delle conclusioni a cui ha portato la revisione è stata che la cannabis legale stimola la produzione di dopamina nel cervello, di cui i malati di Parkinson sono carenti:

"Sebbene la neuroprotezione indotta dal CBD osservata nei modelli animali di PD sia stata attribuita all'attivazione del recettore CB1, recenti ricerche condotte a livello molecolare hanno proposto che il CBD sia in grado di attivare altri recettori, come il CB2 e il recettore TRPV1 , entrambi espressi nei neuroni dopaminergici,"

oltre ad avere effetti compensatori sia sul sistema endocannabinoide che agire come neuromodulatore e neuroprotettore.

Un'ulteriore revisione, sempre risalente al 2020, ha concluso che il THC e il CBD possono interagire con i recettori del sistema endocannabinoide, riducendo la ​​neuroinfiammazione nei malati di Alzheimer e proteggendo i neuroni nei pazienti di Parkinson.

È interessante anche una revisione dello stesso anno, in cui vengono analizzati gli studi sul cannabidiolo e sui composti cannabinoidi per ridurre la discinesia indotta da levodopa, uno degli effetti collaterali della terapia farmacologica per la malattia di Parkinson.

Come si previene il morbo di Parkinson?

Purtroppo, attualmente, non esiste una cura per il morbo di Parkinson né linee guida da seguire per prevenire il disturbo. Mantenersi in forma, facendo attività fisica regolare, risulta essere una delle indicazioni principali per prevenire la malattia.

La caffeina svolge un’attività neuroprotettiva e sembra che il consumo (non l’abuso) di caffè possa far diminuire le possibilità di ammalarsi di Parkinson.

Esistono molti studi sulla validità di altre sostanze - come le vitamine C ed E, e gli acidi grassi -  nella prevenzione del Parkinson, ma risultano tuttora incerti i risultati.

A quanto pare, invece, alcune famiglie di farmaci, come i farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e i calcio-antagonisti, avrebbero una funzione protettiva. Dunque, l’aspirina potrebbe avere un effetto positivo contro lo sviluppo della malattia di Parkinson. Alcuni studi, inoltre, hanno individuato una correlazione tra la comparsa del Parkinson e l'uso di ibuprofene.

Esistono complicazioni legate al morbo di Parkinson?

In genere, il rischio di complicazioni legate al morbo di Parkinson deriva dai medicinali utilizzati come trattamento. La levodopa, infatti, nonostante migliori notevolmente la condizione dei parkinsoniani, può dare effetti collaterali, quali:

  • pressione bassa quando ci si alza in piedi;
  • nausea;
  • vomito.

Per questo motivo, accanto alla levodopa, i medici somministrano altri farmaci, in modo che gli effetti collaterali risultino più lievi. Il meccanismo su cui si basa l’azione di questi farmaci tende a bloccare il metabolismo del farmaco prima che raggiunga il cervello.

Dopo anni di terapia farmacologica a base di levodopa, il medicinale riduce la propria efficacia, rendendo necessario un aumento nel dosaggio. Di conseguenza, però, aumentano anche i possibili effetti collaterali.

Le conseguenze negative del Parkinson dipendono non solo dalla terapia, ma anche dalle condizioni di salute del paziente e dalla gravità dei sintomi.

C’è un intervento chirurgico per il morbo di Parkinson?

morbo di Parkinson intervento chirurgico

Prima dell’utilizzo della levodopa, nel morbo di Parkinson si faceva ricorso frequentemente alla chirurgia. Tuttavia, nel corso degli anni, gli interventi si erano ridotti di molto e, solo attualmente, si è ricominciato ad intervenire chirurgicamente sui pazienti.

Il trattamento chirurgico del Parkinson viene preso in considerazione quando non si riesce ad apportare un miglioramento significativo attraverso i farmaci, oppure nei pazienti che hanno una scarsa tolleranza dei medicinali.

Le moderne tecniche chirurgiche permettono di intervenire su aree del cervello estremamente delicate come il talamo, il nucleo subtalamico e il globo pallido.

Essenzialmente esistono due tipologie di interventi chirurgici: la stimolazione cerebrale lesionale e profonda e tecniche in cui si provocano lesioni con l’intenzione di ridurre l'attività eccessiva delle aree sottocorticali.

La stimolazione cerebrale lesionale e profonda è la tecnica chirurgica più utilizzata, durante la quale si inseriscono degli elettrodi nel cervello, collegati a un neurostimolatore impiantato nel torace, in grado di mandare impulsi elettrici al cervello. Questo tipo di intervento non è consigliato per le persone affette da patologie di tipo neuropsichiatrico.

Tra gli altri tipi di intervento, possiamo annoverare la pallidotomia, una terapia chirurgica che permette un maggior controllo sulla discinesia.

Qual è la qualità della vita?

Inizialmente, i sintomi del Parkinson possono essere quasi impercettibili, tanto da garantire una qualità di vita quasi normale ai pazienti.

La terapia, quindi, non è immediatamente legata all’uso di levodopa, ma i medici possono cercare alternative valide per il contenimento dei sintomi, come gli inibitori MAO-B e gli agonisti della dopamina.

I rimedi alternativi possono essere molto utili per ritardare il ricorso alla levodopa, in modo che si possa successivamente trarne maggiori benefici. Dunque, nella prima fase del trattamento si attua una specie di rodaggio, in cui si sistema la terapia in relazione ai sintomi.

Pian piano, tuttavia, il parkinsoniano inizia ad avvertire una difficoltà crescente a svolgere le normali attività quotidiane, cosa che può generare disagio emotivo e depressione. Nel tempo, il lavoro e la gestione delle attività domestiche cominciano a risultare attività stressanti e difficoltose. La vita sociale inizia a ridursi e diminuisce il desiderio di trascorrere tempo in situazioni impegnative.  

Come progredisce il morbo di Parkinson negli anni?

La malattia di Parkinson evolve nel tempo, ma ha una progressione piuttosto lenta. In genere, la gravità della malattia viene valutata attraverso la scala di valutazione della malattia di Parkinson unificata (UPDRS) o con la scala Hoehn e Yahr. Questo secondo metodo è ampiamente utilizzato e definisce cinque fasi della malattia di Parkinson:

  1. sintomi non motori e malattia unilaterale;
  2. malattia bilaterale senza coinvolgimento dell'equilibrio;
  3. sintomi da leggeri a moderati con mancanza di equilibrio;
  4. malattia conclamata, in cui il paziente riesce a muoversi autonomamente;
  5. il paziente perde la facoltà di muoversi in autonomia e si alletta o si sposta con supporti.

Nella fase iniziale il paziente può avvertire depressione, ansia, costipazione, incontinenza e affaticamento. Inoltre, potrebbero manifestarsi i primi sintomi motori da un solo lato del corpo. Se i sintomi non vengono trattati immediatamente, si rischia di perdere la deambulazione nel giro di un decennio, mentre grazie al trattamento la progressione può avvenire più lentamente. Nelle fasi successive, oltre alla malattia è necessario gestire gli effetti collaterali dei farmaci

Nel tempo, i farmaci iniziano a perdere efficacia nei confronti di alcuni sintomi, provocando ritardi della parola, difficoltà di deglutizione e perdita di equilibrio. Dopo circa cinque anni di trattamento, nei pazienti iniziano a manifestarsi gli effetti collaterali della levodopa, come discinesie, insonnia e demenza.

I malati di Parkinson hanno un’aspettativa di vita del 50% rispetto agli individui che non presentano la patologia.

Epidemiologia del morbo di Parkinson

Ecco alcuni dati interessanti sulla malattia di Parkinson:

  • dopo il morbo di Alzheimer è il secondo disturbo neurodegenerativo più diffuso;
  • sono sette milioni i casi di Parkinson al mondo;
  • gli anziani sono la popolazione più colpita;
  • in genere, la malattia si presenta intorno ai 60 anni;
  • la popolazione femminile risulta meno colpita rispetto a quella maschile;
  • ogni anno ci sono tra gli 8 e i 18 nuovi casi ogni 100mila persone.

Considerando i dati, gli esperti stimano un forte aumento delle persone affette da Parkinson, che dovrebbero raggiungere i 14 milioni entro il 2040.

Un po’ di storia del morbo di Parkinson

Descritto già in molte fonti del mondo antico, il morbo di Parkinson deve il suo nome al medico inglese James Parkinson che dedicò un vero e proprio saggio alla malattia, Un saggio sulla paralisi tremante. Sebbene il libro risalga agli anni venti dell‘800, le prime testimonianze sono state rintracciate sui papiri egizi, nella medicina ayurvedica e nella sacra Bibbia. Anche Galeno, il medico più famoso dell’antichità, aveva raccontato episodi simili alla malattia di Parkinson.

L’interesse per il Parkinson riprese proprio tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, a cui risalgono diversi scritti sulla malattia. Con il saggio di Parkinson, però, si ebbe l’opportunità di conoscere in modo più approfondito la malattia, poiché il medico descrisse minuziosamente alcuni dei sintomi, quali il tremore, la postura, i movimenti anomali, la progressione della patologia e la mancanza di forza muscolare.

Tra l’Ottocento e il Novecento, la ricerca fu arricchita dagli scritti di celebri neurologi, come Trousseau, Gowers, Kinnier Wilson, Erb e Jean-Martin Charcot.

Dei progressi fondamentali nella ricerca sono attribuiti a Frederic Lewy, che descrisse i cosiddetti corpi di Lewy, mentre negli anni Venti si scoprì che il bersaglio principale della patologia era la substantia nigra.

Uno step fondamentale che riguarda i malati è la sintesi della levodopa nel 1911 che, però, è stata utilizzata a scopo terapeutico solo nel 1967.

Casi famosi sul morbo di Parkinson

Michael J. Fox morbo di Parkinson
Michael J. Fox in una foto recente. Nel 1991 gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson.

Al morbo di Parkinson sono legati i nomi di diversi personaggi famosi, tra cui quelli dell’attore Michael J. Fox, del ciclista Davis Phinney, del pugile Muhammad Ali e dell’attore Robin Williams.

Ognuno di essi ha intrecciato la propria vita con il Parkinson, aumentando l’interesse delle persone comuni verso questa patologia.

Michael J. Fox, celebrità nota soprattutto per il ruolo nel film Ritorno al futuro, da anni spende la sua vita per cercare una cura per il Parkinson: a questo scopo ha fondato la Michael J. Fox Foundation, e ha interpretato diverse parti per mostrare com'è la vita per un malato di Parkinson.

Davis Phinney è un ciclista professionista con una forma di Parkinson giovanile, arrivato intorno ai 40 anni. Anche lui nel 2004 ha fondato una sua associazione dedicata alla ricerca, la Davis Phinney Foundation.

Il paziente di Parkinson più famoso del mondo è il pugile Muhammad Ali che ha ottenuto la sua diagnosi a 42 anni, dopo che per quattro anni i suoi sintomi non erano stati compresi.

Sembra che anche il famoso attore Robin Williams, prima di morire, abbia avuto una diagnosi relativa al morbo di Parkinson.

A che punto è la ricerca?

Evidentemente la ricerca è solamente in una fase embrionale, in cui si stanno sperimentando rimedi alternativi alla levodopa, per ridurre la quantità e la gravità degli effetti collaterali.

Gli approcci che stanno testando gli scienziati sono interessanti e partono da aspetti differenti che caratterizzano la malattia, ovvero le terapie geniche e trattamenti mirati ai geni, la rigenerazione di nuovi dei neuroni tramite l’uso di cellule staminali e trattamenti indirizzati proprio alla riparazione dei neuroni danneggiati dalla malattia.

Ogni approccio nuovo dà moltissime speranze ai malati di Parkinson che non si trovano solo a dover affrontare una patologia invalidante, quanto a dover anche combattere con gli effetti collaterali dei farmaci.

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Fonti scientifiche

Biological bases for a possible effect of cannabidiol in Parkinson's disease.

Cannabidiol as a Therapeutic Target.

Potential Therapeutics for Parkinson's and Alzheimer's Diseases.

Cannabinoid Compounds as Potential Strategies for Treating Parkinson.

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